Archivi categoria: Cultura

Perché plaudo alla creazione della Fondazione di Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità

2022-03-31 Gente veneta - Venezia 5 punti per la sostenibilità 2

La costituzione della Fondazione di Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità e l’assegnazione della presidenza al Ministro Brunetta, è una sfida per le molteplici associazioni ed enti che vi operano, per dare una svolta al futuro di questa nostra città. Venezia ha bisogno di ricostruire una base economica compatibile con le proprie peculiarità e dopo la pandemia che l’ha messa in ginocchio, di ricostruire un tessuto produttivo economico e sociale. Bisogna superare l’idea del sussidio e della monocultura turistica e puntare su una nuova resilienza, così come enuncia il suo presidente. L’equilibro che si deve trovare è quello tra una popolazione che di fatto è la comunità urbana, che vede un continuo spopolamento, la salvaguardia ambientale e le nuove tecnologie. Come è stato detto: Venezia deve divenire “la più antica città del futuro, un modello per il mondo” : acqua, verde, tecnologia e cultura in un mix vincente. Innanzi tutto bisogna mettere in rete i luoghi di pensiero della città, le sue fondazioni, gli enti, l’università e le associazioni che da anni si battono per il suo rilancio. Mi piace la frase: “ proporre pensieri mai pensati per mostrare al mondo che il miracolo veneziano continuerà”, combinando gli obiettivi di salvaguardia dell’urbis, con quelli di rivitalizzazione della civitas. Quindi il polo dell’idrogeno e delle energie alternative sono uno dei primi punti da sostenere con le risorse che arriveranno a sostenere la fondazione. Pensare ad una città green dove circolano solo mezzi ibridi od elettrici non è più utopia. La creazione di un polo di riferimento mondiale per il dibattito scientifico e culturale, concentrando obbiettivi e potenzialità presenti, costituendo nuovi soggetti divulgatori è il secondo punto. Un piano per il rilancio delle attività produttive direzionali, nazionali ed internazionali è il terzo. Il quarto dovrà essere quello di un piano per il rilancio del commercio e della residenzialità, per bloccare l’esodo di persone e delle attività produttive ed ultimo punto dovrà essere la creazione di un polo della ricerca e delle eccellenze, dove le aziende possano attingere per crescere e svilupparsi.

Sono certamente grandi ambizioni per la città e per la Regione Veneto, ma Venezia e i veneziani meritano di poter vivere un grande sogno, lo dobbiamo a chi ama Venezia e alle nuove generazioni!

Paolo Bonafè

Laboratorio Venezia

Partiti, vita democratica e limitazioni della privacy 

Uno dei temi di maggiore discussione nella vita democratica all’interno dei partiti e’ quello legato alla legge sulla privacy.

Ovvero quanto,  in che modo e come, posso coinvolgere gli iscritti nella normale interlocuzione tra di loro e tra di loro e il partito.

Oramai whatsapp ha soppiantato le mail, ed è uno strumento rapido,  che arriva direttamente nella vita di coloro di noi che sono  sempre connessi.

il Garante per la privacy ha ben delineato  le regole e in che modo e in che forma  si possono utilizzare i dati personali degli iscritti:  sia in occasione delle votazioni, sia in merito alla circolazione e alla diffusione di progetti, idee, programmi, tra iscritti di un partito ,

Purtroppo vi è ancora qualcuno che usa tale legge sulla  privacy come grimaldello per discriminare e limitare  la libera circolazione del pensiero tra iscritti

Sono fortunatamente pochi, ma purtroppo molto attivi.

Sono persone che non concepiscono tale forma democratica di comunicazione come un valore, ma come uno svantaggio, e hanno forza della loro azione  soprattutto in quei partiti meno democratici (ovvero dove  i vertici sono cooptati e non eletti)  o in evoluzione e/o  costituzione,.

Sono persone che usano la legge sulla Privacy e sulla diffusione dei dati personali, più come un bavaglio che una forma di rispetto di regole civili.

Come che chi si iscrivesse ad un partito, non sapesse che si iscrive in un contenitore/ associazione,  dove diventa naturale la trasmissione di proposte e pensieri,

Dove la normale dialettica rientra nella vita dello stesso partito o movimento,  nelle sue dinamiche e, alle volte anche nelle logiche contrapposizioni di pensiero .

Dove la dialettica è linfa di crescita di un Partito!

Normalmente i partiti di dotano di regole interne al partito stesso,  ovvero di statuti e regolamenti, che a loro  volta devono però essere rispettosi delle norme generali, che possiamo chiamare più in generale regole del gioco democratico,

Questo vale ancora di più in occasione  di competizione elettorale interna tra gli iscritti, come possono essere  i congressi di partito, dato che gli elettori sono gli stessi iscritti, i quali per poter votare bene , devono essere il più possibile informati ed edotti delle regole del gioco, di chi sono i competitor in campo, delle mozioni/programmi che i candidati presentano e io direi dovrebbero essere ben informati di chi sono gli altri , ovvero chi sono i sostenitori di una e dell’altra mozione.

Questa è DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Poi vi è un ragionamento da fare su cosa intendiamo per libera partecipazione alla vita politica

Innanzitutto l’art. 2 della Costituzione che cita: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale

Cosa significa? Che la Costituzione stabilisce con questo articolo l’esistenza di diritti che in nessun caso possono essere negati da persone ed istituzioni, ossia diritti di cui un uomo gode in quanto uomo e donna ( il diritto di vivere, di parlare, di procreare etc). Tali diritti non sono annullati dal fatto che l’uomo partecipa ad associazioni o partiti.

Inoltre questo articolo sancisce l’importante principio del pluralismo, attribuendo al singolo una posizione di gran rilievo anche all’interno delle formazioni sociali, considerate luogo importante per lo svolgimento della sua personalità.

Poi vi è l’art. 18 Costituzione che riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente senza previa autorizzazione e l’art. 49 Costituzione , che, nel ribadire il diritto del singolo di associarsi liberamente, ne specifica la portata all’interno della formazione-partito.

Quest’ultima norma fornisce una serie di parole chiave, utili alla comprensione dell’oggetto del presente testo: e cioè “concorso”, “metodo democratico” e “determinazione della politica nazionale”.

Tali termini sono adoperati dal Costituente al fine di definire quale “concorso” porti alla fondamentale partecipazione dei cittadini, quale “metodo democratico” sia il limite e il modus operandi dell’associazione partitica ed, infine, indicando con “determinazione della politica nazionale” il fine della stessa.

La disposizione costituzionale non stabilisce, al di là del metodo democratico, limiti ulteriori all’associazionismo in partiti, interessandosi per di più di gettare le basi della “democrazia pluralista”, aperta, cioè, a tutte le forze politiche purché non violente.

In tal modo il sistema partitico ha potuto godere di un’ampia libertà, che tuttavia ha finito per “tradire” lo stesso spirito della Costituzione nel momento in cui quella libertà è stata piegata alla realizzazione di una “democrazia dei partiti”, anziché di una “democrazia mediante i partiti” .

La soluzione della questione democratica è suggerita già dal Costituente, che nel «metodo democratico» individua il fondamento della tutela del cittadino in tutte le vicende che lo coinvolgono in rapporto al partito – si tratta di una partecipazione “statica”- come l’ammissione, l’espulsione, le dimissioni, i provvedimenti disciplinari e quelli sanzionatori, ma anche “dinamica” nella partecipazione alla vita stessa del partito.

Ovvero Il metodo democratico costituisce altresì la copertura costituzionale di quegli istituti funzionali alla partecipazione, per così dire, “dinamica” del cittadino all’interno della formazione partitica.

Si tratta, in sostanza, della possibilità di determinare il programma e le scelte del partito e di selezionare i candidati alle elezioni. L’insieme delle facoltà concernenti la partecipazione statica e dinamica del cittadino al partito si sintetizzano nella più generale “funzione democratica”, che può considerarsi soddisfatta se i partiti conservano la loro caratteristica di organismi rappresentativi e mediativi, ossia che «nascono a livello della società civile e sfociano a livello statale»

I partiti in Italia, da un lato, si configurano come associazioni private non riconosciute, e come tali soggette alla disciplina degli artt. 36 ss. del cc., dall’altro, essi svolgono funzioni aventi rilevanza pubblicistica poiché si occupano dell’organizzazione del corpo elettorale e della selezione dei candidati. Pertanto, al fine di chiarire questi aspetti bisogna interrogarsi innanzitutto sulla configurazione giuridica della formazione partitica nel nostro sistema e sulla sua posizione in rapporto alla forma di governo.

La posizione del partito all’interno del sistema è, d’altronde, fondamentale per comprendere come si struttura la forma di governo in un determinato ordinamento, e al di là delle teorie sulla forma di governo che ne hanno fatto la storia il Costituente italiano ha scelto una soluzione intermedia – legalisierung – per consentire «la maggiore espansione della libertà di associazione in partiti», rigettando sia la soluzione scelta dalla Costituzione francese del 1946 – ignorierung – sia quella scelta dalla Legge fondamentale della Repubblica federale tedesca nel 1948 – inkorporation .

Allora ci si chiede se è una democrazia di qualità quella in cui non è lasciato spazio alla libera manifestazione di idee che siano non contrarie alla democrazia stessa.

Una democrazia dovrebbe essere tale proprio nella misura in cui lo permetta. Si comprende, allora, come la questione della “qualità della democrazia” sia intimamente legata all’organizzazione interna dei partiti: da qui ci si chiede se sia necessaria una regolazione che si renda terza rispetto agli statuti e che miri, in questo caso, alla soluzione della disputa, in assenza di indicazioni da parte della Costituzione, indipendentemente dalla natura giuridica e dalla posizione nella forma di governo che si intende assegnare al partito.

Ovvero un partito è veramente democratico se si riesce a dare una configurazione certa e coerente all’organizzazione politica «mediante la predisposizione di regole e meccanismi interni idonei a garantire la possibilità e qualità della partecipazione» di tutti i soggetti che di quel partito vogliono essere classe dirigente.

In questi termini si pone la “questione democratica” relativa alla disciplina dei partiti: non c’è democrazia senza partiti, poiché «la qualità dei partiti incide sulla qualità della democrazia» Ma una disciplina sui partiti sarebbe legittima costituzionalmente? Che contenuto dovrebbe avere? Quale discrezionalità residuerebbe ai partiti? Che rapporto ci sarebbe tra regolamentazione della democrazia interna e (“ristretta”) democrazia protetta all’italiana?

Il problema allora si pone nei seguenti termini: come realizzare concretamente la declinazione interna di «metodo democratico» nelle organizzazioni partitiche?

Quest’operazione dovrebbe considerare sia le teorie sulla natura giuridica del partito sia le peculiarità del sistema politico italiano. Inoltre, al fine di rendere il partito un rinnovato strumento di democrazia e di partecipazione sarebbe necessario stabilire una serie di regole che consentano ai cittadini di esercitare la sovranità concretamente, rendendosi attori delle scelte che li riguardano.

Naturalmente, ciò è possibile nella misura in cui i partiti non vengano svuotati del tutto della loro discrezionalità minima. Sotto questo aspetto, appunto, ci si chiede se per fare ciò sia sufficiente il solo rispetto dei principi democratici sanciti in Costituzione, oppure sia necessario delineare un modello di partito, attraverso la previsione di uno statuto-tipo, che enuclei le caratteristiche principali di un partito rispettoso del metodo democratico. Indipendentemente dalla soluzione pratica che si intende adottare è necessario comunque che un minimo di garanzia dei fondamenti democratici sia sostenuta attraverso delle regole che sanciscano la necessaria osservanza dei valori dello stato di democrazia pluralista. D’altro canto, l’evoluzione dei partiti è strettamente collegata allo sviluppo della democrazia, rispetto alla quale il partito ha avuto sia una funzione

I partiti italiani, nella Costituzione italiana, hanno ampliato sempre più la partecipazione popolare, sia in funzione qualitativa, perché si è preoccupato di «approfondire la coscienza democratica dei partecipanti». Il contributo partitico non è servito, tuttavia, a migliorare la qualità democratica del partito, almeno in alcuni momenti fondamentali della sua vita, come quello dell’ammissione e delle dimissioni dal partito, dell’uguaglianza, della libera espressione, delle decisioni programmatiche e della scelta dei candidati alle cariche elettive, dei congressi 

La democraticità interna ai partiti, pertanto, è sintomatica della democraticità dell’ordinamento statale nel suo complesso. D’altronde Moro, Mortati e Calamandrei affermarono proprio ciò in Assemblea Costituente, ossia che un partito che non sia democratico al suo interno non potrebbe fungere da ingranaggio democratico in un ordinamento costituzionale.

Pertanto, ha ancora senso discutere di “metodo democratico” all’interno dei partitise non permettiamo la libera circolazione di idee tra iscritti, pertanto prevista dalla legge sulla privacy?

In tutto quanto premesso non è lecito che chiunque si presenti alla competizione elettorale interna possa esprimere le proprie idee e il proprio pensiero alla platea elettorale degli iscritti, fermo restando che all’atto dell’iscrizione ogni iscritto formula una liberatoria non verso il singolo ma verso l’organizzazione del partito?

Ecco questa è la questione cardine, ovvero l’uso dei dati di aderenti e cittadini che hanno contatti regolari con i partiti

Il Garante per la privacy scrive che: l’uso dei dati personali per Partiti, movimenti, comitati per le “primarie” e’ autorizzato  senza consenso se i dati di aderenti o di cittadini (con cui intrattengono contatti regolari) vengano utilizzati per scopi individuati nello statuto o nell´atto costitutivo. Serve invece il consenso scritto per comunicare i dati all´esterno (ad. es., ad altri partiti appartenenti alla stessa coalizione) o per diffonderli. La stessa regola vale per i comitati di promotori o sostenitori che devono avere il consenso degli aderenti per comunicare i dati a terzi.

Quindi, se in piena libertà io cittadino mi iscrivo ad un partito, poi ho veramente necessità di tutelare la mia privacy che di fatto mi esclude dal  circuito delle informazioni e comunicazioni,  oppure ho interesse di partecipare alla vita attiva di quel partito? 

Per me la risposta è ovvia!

no perché altrimenti sarei escluso dalla vita di quel partito e chi mi vuol escludere mi crea un danno

LA FAMIGLIA

La famiglia, intesa come primo nucleo di relazioni significative, non è solo una dimensione privata, è una risorsa vitale per l’intera collettività poichè le molteplici funzioni da essa svolte la collocano a pieno titolo come soggetto di valenza pubblica che genera valore per l’intera società.

Pertanto la famiglia viene riconosciuta come sistema complesso che svolge funzioni fondanti per la società.

Ad una concezione di famiglia, considerata come sistema, necessariamente corrisponde una vision che non confonde le politiche famigliari con le politiche sociali, ma si richiami alle politiche di sistema. Assumendo questo quadro di riferimento, parlare di politiche per la famiglia significa raccogliere la sfida di catalizzare l’attenzione di tutti gli operatori del territorio, aggegando attori e risorse che condividano l’obbiettivo di accrescere il benessere sociale, producendo un circuito virtuoso in grado di generare nuove risorse sia economiche che sociali. Perché le politiche famigliari sono soprattutto politiche di sviluppo sociale ed economico del territorio e ne aumentano l’attrattività.

Si tratta di spostare l’asse culturale che ha caratterizzato l’approccio alla famiglia, concepita come mera destinataria di interventi (concezione legata al welfare state), ad un nuovo approccio che vede la famiglia , soggetto competente, promotore di benessere e coesione sociale.

Il Piano Nazionale per la Famiglia, approvato il  7 giugno 2014, delinea le direttrici di intervento nell’ambito di un welfare definito come sostenibile e abilitante. In questo scenario la famiglia è considerata soggetto sociale su cui investire per il futuro del Paese, in termini di valorizzazione delle sue funzioni di coesione sociale ed equità fra le generazioni. Il paino nello specifico, individua , tra i propri principi ispiratori, “quello di promuovere un welfare familiare che sia compatibile con le esigenze di sviluppo del Paese, il quale richiede politiche di capacitazione (empowerment) delle famiglie anziché di mero assistenzialismo. Occorre muovere passi decisi verso un welfare abilitante, che incida sulle capacità di vita dei portatori di bisogni facendo leva proprio sulla capacità di iniziativa sociale ed economica delle famiglie. Tutto ciò richiede interventi che generino, anziché consumare capitale sociale”.

Il Piano Nazionale introduce, finalmente anche in Italia, il modello delle Alleanze Locali per la Famiglia il cui obbiettivo è di “sostenere la diffusa attivazione di reti locali, costituite dalle forze sociali, economiche e culturali che, in accordo con le istituzioni, promuovano nuove iniziative di politiche family friendly nelle comunità locali,. Il criterio fondamentale che guida questo nuovo scenario è il passaggio da una politica della spesa che promette sempre nuovi benefici agli elettori, ad una politica di orientamenti all’impegno che impegna tutti gli stakeholders verso la meta di una società amica della famiglia e cerca la collaborazione di tutte le istituzioni e i soggetti coinvolti”

Le esperienze dei Paesi del Nord Europa, nella progettazione delle politiche di sviluppo territoriale, hanno dimostrato l’efficacia di ribaltare l’ottica che individua come soggetto destinatario degli interventi il cittadino-individuo e lo sostituisce con un attore complesso e dinamico, rappresentato dalla famiglia.

La Commissione Europea, per valorizzare queste esperienze, istituisce la piattaforma della “Alleanza Europea per la Famiglia”, indicando come modello di riferimento, per la progettazione delle politiche locali degli Stati Membri, proprio quello tedesco delle Alleanze Locali.

Progettare secondo questo modello, significa adottare la nuova definizione di cittadino: la visione dinamica del destinatario finale delle politiche locali, presuppone una progettazione omnicomprensiva, trasversale, a cui partecipano in modo integrato tutti i soggetti competenti.

La valorizzazione, in fase di progettazione, di tutte le competenze presenti in un territorio, garantisce l’efficienza del progetto, abbassando sia i costi di ideazione, sia quelli indiretti derivanti da sprechi e bassa funzionalità dei risultati.

Il Comune di Venezia è chiamato a rispondere a questo modello attraverso la definizione di sovrastrutturale di politiche integrate per la promozione della famiglia, della natalità e della qualità del vivere urbano, caratterizzando la nostra città come un distretto culturale e operativo di concreta politica famigliare.

Va aperta una nuova stagione di dialogo e cooperazione tra interlocutori strategici del sistema – attori pubblici, privati e sociali – per elaborare una dimensione programmatoria, capace di sviluppare un approccio unitario alla Città di Venezia – Mestre, come luogo abitato e vissuto dalle famiglie

Si tratta di avviare una coprogettazione organica fra politiche abitative, urbanistiche, ambientali, sociali, culturali e di sviluppo economico – turistico, all’interno di un processo che deve favorire tutte le condizioni per la partecipazione e per il protagonismo delle famiglie veneziane

Dall’Università di Bologna una campagna contro lo spreco del cibo.

spreco ciboPatrocinata dal Parlamento Europeo e promossa da Last Minute Marking, parte la Campagna “Un anno contro lo spreco”, ideata dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, che persegue l’obiettivo di promuovere le buone prassi in grado di contrastare lo spreco alimentare.

Risulta sicuramente paradossale che, in piena crisi economica, ogni giorno gli italiani gettino nella spazzatura quattromila tonnellate di cibo. Si tratta di un dato che ci accomuna agli stili di vita di altri paesi occidentali: se, per media statistica, una famiglia italiana spreca il 12% degli alimenti acquistati, una svedese si assesta sul 25% e quella americana raggiunge il 40%.

spreco cibo - aranceLo spreco non è riferibile ai soli comportamenti privati, ma riguarda complessivamente una distorsione del sistema di mercato, che investe tutta la filiera alimentare dalla produzione, alla distribuzione, fino al consumo. In questi anni, per invertire il trend, si sono sviluppate pratiche innovative che, da attività di nicchia, si stanno gradualmente diffondendo. Esperienza significativa e consolidata è quella della Fondazione Banco Alimentare che, da anni, recupera eccedenze alimentari  e prodotti prossimi alla scadenza,  per dirottarli alle reti assistenziali. Su questa direttrice si stanno attivando anche gli Enti Pubblici ,attraverso il recupero e la redistribuzione dei pasti non consumati nelle mense di asili, scuole e ospedali. La Campagna ideata dall’Università, dimostrando che lo smaltimento del cibo, finito  fra i rifiuti, non produce solo spreco di risorse, ma anche danni ambientali, vuole incentivare nuove progettazioni e diffondere comportamenti virtuosi,

Paolo Bonafè – Presidente Laboratorio Venezia

Cultura del cibo e battaglia per la biodiversità

biodiversitàDomenica scorsa, ad Abano, si è chiuso l’ottavo Congresso nazionale di Slow Food, associazione che, per l’impegno costante sui temi della cultura del cibo e dei luoghi, per la battaglia a favore della biodiversità, rappresenta ormai un attore politico di rilevanza internazionale. Il segreto del successo di Slow Food è nella filosofia che lo sostiene che non ha bisogno di riconoscersi nelle tradizionali categorie politiche di “destra o sinistra”, ma si fonda su una concezione olistica del mondo, chiamata a superare la separazione fra il sistema di produzione e quello di consumo. Il rispetto per il cibo  e per il mondo agricolo, che lo produce, esige la tutela complessiva di ciascun  territorio e del suo tessuto sociale. Oggi l’agricoltura è orientata alla produzione di ridottissime varietà commerciali, ad elevatissima  produttività, soppiantando migliaia di piante che rappresentavano l’esito prezioso della selezione, curata da generazioni di agricoltori: le parole chiave di Slow Food sono promozione, educazione e tutela. Si tratta, in anni caratterizzati da una grave crisi economica, di trovare un nuovo modello di uso delle risorse naturali, ove la valorizzazione  delle vocazioni  e tradizioni  locali non significhi chiudersi al mondo, ma  rappresenti invece lo stimolo all’ incontro con altre culture.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2010 “Anno internazionale della biodiversità”,  con l’obiettivo di richiamare con forza tutti i Paesi ad un impegno comune nei confronti di uno sviluppo agricolo armonioso, rispettoso delle biodiversità di ogni territorio, ma anche della cultura e delle tradizioni espresse dalle comunità locali che lo abitano.   

Paolo Bonafè Presidente www.LaboratorioVenezia.it 

L’alleanza scuola-famiglia nella lotta al bullismo

Mbullismo 1anifestazioni di bullismo permangono nelle nostre scuole: questo fenomeno consiste in comportamenti provocatori, di derisione, di aggressione che hanno la caratteristica di essere intenzionali e  ripetuti nel tempo, rispetto ai quali le vittime non sono in grado di difendersi.

I ragazzi che subiscono questa forma di violenza, difficilmente parlano con gli adulti di quanto sta loro succedendo. Per questo è importante che i genitori imparino a cogliere i segnali di disagio che i loro figli manifestano: il non volere andare a scuola e l’essere tesi e tristi al rientro; il chiedere di essere accompagnati; il presentare graffi o lividi; il dormire male e manifestare episodi di enuresi notturna.

La scuola, accanto ad una attenta vigilanza durante la ricreazione e l’orario della mensa, potrebbe offrire spazi per la conoscenza del fenomeno e per l’approfondimento del problema.

L’ alleanza genitori ed insegnanti diventa un elemento cruciale per aiutare le vittime a raccontare ciò che accade, perché il silenzio e la segretezza costruiscono le condizioni in cui il bullismo, attraverso i meccanismi dell’intimidazione, agisce indisturbato. Ma per incidere alle radici del fenomeno, bisogna aiutare bambini e ragazzi ad esprimere la rabbia in modo consapevole e ad identificarsi con gli altri, per capire le conseguenze dei loro comportamenti; nel contempo i giovani  vanno supportati a sviluppare l’autostima e le loro competenze. Combattere il bullismo significa estirpare una modalità relazionale improntata alla violenza, nella consapevolezza che, subire prepotenze, danneggia la sfera fisica, emotiva, intellettiva e sociale delle vittime.

Paolo Bonafè  presidente www.LaboratorioVenezia.it

Per non dimenticare

La commemorazione della strage di Capaci, avvenuta 17 anni fa, il 23 maggio, è ormai di scarsa rilevanza per i mass media nazionali. Quel giorno persero la vita Giovanni Falcone con la moglie, Francesca Morvillo e la scorta, composta da Vito Schifani, Rocco di Cillo, Antonio Montinaro. Nemmeno due mesi dopo, il 19 luglio, un’altra stage mafiosa, in Via D’Amelio, uccise Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Ricordare tutti gli uomini e le donne che hanno sacrificato consapevolmente la loro vita, per garantire che nel nostro paese potessero affermarsi giustizia e legalità, contro la cultura della corruzione, del malaffare e della connivenza, rappresenta un dovere civile e morale.
A quella stagione, che ha avuto come protagonisti magistrati come Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino e tutto il Pool antimafia di Palermo, va riconosciuto il merito di aver mostrato, attraverso il maxi processo alle cosche, che la mafia esiste ed è una precisa organizzazione criminale, con dimensione internazionale, capace di forti intrecci con il mondo dell’economia, della finanza e della politica. Tramandare alle nuove generazioni la memoria di quegli eventi e il ricordo di tutti gli uomini giusti, uccisi per mano di Cosa Nostra, è un compito che non dobbiamo mai lasciar cadere, perché l’educazione alla legalità, alla giustizia è al rispetto per le Istituzioni, è strumento fondante nella maturazione delle coscienze delle persone. Questo permette la formazione di cittadini capaci di svolgere appieno il proprio ruolo, corresponsabili e partecipi nel concorrere alla definizione del bene comune, a garanzia dello sviluppo di una società sana, giusta e solidale.

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia

Tutta l’attualità del pensiero di ALDO MORO

Fede e laicità: l’insegnamento di Moro
In Italia è’ sempre in primo piano il dibattito sul rapporto fra fede e laicità ed in particolare sul ruolo dei cattolici impegnati in politica. Commemorando in questi giorni l’onorevole Aldo Moro, nel 31° anniversario della strage di Via Fani, ci appare ancora più luminosa la sua testimonianza di statista e di credente, di politico raffinato e di uomo profondamente fedele e coerente ai valori del cattolicesimo. Il suo pensiero, sul rapporto fra i cattolici impegnati in politica e la Chiesa, è ancora oggi di assoluta attualità e modernità: a lui va riconosciuto il merito di aver dimostrato che esiste una conciliabilità fra cristianesimo e democrazia, anzi la possibilità di un arricchimento della democrazia attraverso i valori e la tradizione religiosa. L’azione dei cattolici nello Stato, è da lui concepita, come svolta in piena autonomia e sotto la propria responsabilità: “Anche per non impegnare in una vicenda estremamente difficile e rischiosa l’autorità spirituale della Chiesa c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica […]. L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale. E nel rischio che corriamo, nel carico che assumiamo c’è la nostra responsabilità morale e politica… » ed ancora “L’autonomia dell’azione dei cattolici è segno e presupposto dell’autonomia dello Stato nel proprio ordine, autonomia che implica un valore proprio di esso e la permanente garanzia della vita democratica nel suo significato d’incessante ricerca, di confronto, di libertà».
Paolo Bonafe’
Laboratorio Venezia

Gli orrori di Gaza e la speranza di pace

Quanto sono terribili le immagini, che ci provengono da Gaza e che segnano di dolore e di sangue questi primi giorni dell’anno, facendoci ancora una volta disperare circa la capacità dell’uomo di uscire dalle logiche dell’odio e della guerra. Questi 50 anni di conflitto arabo israeliano, che hanno come scenario una terra densa di significati per i credenti nelle tre grandi religioni monoteiste, ma lacerata nel modo più crudele, rappresentano il segno di un fallimento per tutta l’umanità perché, né l’autorevolezza dell’ONU, né la più capace e sofisticata forma di diplomazia, hanno potuto impedire l’orrore, che oggi è sotto gli occhi impotenti di ognuno di noi. Quei piccoli corpi di bimbi, straziati e insanguinati, interpellano urgentemente le nostre coscienze e ci mettono di fronte alla responsabilità di un mondo di adulti, incapace di tutelare e proteggere queste piccole vite. Ma abbiamo anche la responsabilità dei bambini che continuano a sopravvivere nel terrore e nella denutrizione: costoro, cresciuti nelle terribili condizioni di vita di Gaza, alimentati all’odio e alla vendetta, come potranno, diventati adulti, essere i futuri attori di un processo di pace? C’ è qualcosa di così terribile e perverso nell’insanabile conflitto medio-orientale, caratterizzato da una spirale di odio impossibile da estirpare, che fa, di ognuno dei protagonisti, uno sconfitto. Per questo abbiamo la pesantissima sensazione che, in questi giorni a Gaza, fra le macerie, assieme alle tante vittime civili, sia morta anche la speranza di pace. Allora va fatto uno sforzo estremo, per trovare un nuovo percorso praticabile e un nuovo linguaggio possibile, che diano ragione al diritto di futuro e di pace, che quella terra invoca.
Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia