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Basta lamentarci della "CASTA" politica italiana, usiamo il referendum elettorale per cambiare dal basso la politica

Una rapida lettura dello stato d’animo che pervade il nostro Paese sembra evidenziare un prevalente atteggiamento “depressivo”. La sensazione è che di fronte ad un momento storico faticoso e complesso, perché sicuramente connotato da criticità, non si avverta il bisogno collettivo di essere attivi e presenti per costruire le condizioni che producono cambiamento.
Un indicatore di questo clima può essere il successo del libro “La Casta”, che sembra aver avuto l’esito di accentuare sentimenti qualunquisti, piuttosto che mettere in moto energie propositive: infatti, l’occasione rappresentata dal referendum per il cambiamento della legge elettorale non sembra mobilitare un forte interesse da parte dei cittadini che, pur firmando, non sono poi disponibili a mobilitarsi in prima persona. Se lo facessero, permetterebbero al comitato referendario di aumentare e/o moltiplicare il numero dei punti di raccolta firme, così da raggiungere in breve tempo il quorum delle 500.000 firme indispensabili per il deposito dei quesiti referendari.
Se in un qualche modo è comprensibile che i dirigenti dei partiti dimostrino scarsa sensibilità su questo tema, poiché questa legge voluta dal centrodestra è stata utilizzata anche dal centrosinistra, in quanto funzionale al bisogno delle segreterie di determinare i nomi degli eletti, non lo è altrettanto per i cittadini per i quali questo fattore, già da solo, dovrebbe rappresentare una efficace spinta alla mobilitazione.
Sembra sempre più allargarsi il gap fra l’esercizio della funzione di delega e l’esercizio dei propri doveri di cittadinanza che implicano una partecipazione attiva e responsabile alla vita sociale e politica: prova di questo è anche la difficoltà imbarazzante nel raccogliere le 500.000 firme per il referendum elettorale.
Beppe Severgnini ha ragione quando scrive in un suo editoriale che “E' vero che i media di governo e d'opposizione ne parlano poco: esistono però i giornali indipendenti, le radio, internet, il cellulare, le piazze, il passaparola. Ma la parola non passa, perché siamo apatici, disinteressati, sfiduciati. Per usare un termine tecnico: non ce ne frega niente. Trovare un buon posto per le vacanze: questo sì è un obiettivo che scalda i cuori” .
Quindi basta lamentarci della “casta” politica italiana, usiamo il referendum elettorale per cambiare dal basso la politica.

Paolo Bonafe’
Presidente laboratorio Venezia
www.laboratoriovenezia.it

Quello che mi aspetto dal Partito Democratico

I recenti congressi dei partiti della Margherita e dei DS hanno sancito, individuandone le tappe, il processo di scioglimento di entrambi per concorrere alla costituzione del Partito Democratico.
Centrale in questo percorso dovrebbe essere l’ Assemblea Costituente, spazio e luogo di garanzia della partecipazione di una pluralità di soggetti, espressione del famoso popolo delle primarie.
La costituzione del nuovo Partito non sarà frutto di qualche alchimia dettata dalle segreterie dei partiti, la molto citata “Fusione a freddo”, come usano chiamarla i detrattori, ma un percorso partecipato che vedrà protagonista la società civile.
In questa fase, ancora caratterizzata da elementi di incertezza, di domande aperte, può essere utile porre alcuni punti fermi, che aiutino a condividere e comprendere la sfida che comporta la costituzione di questo nuovo soggetto politico, chiamato ad essere autentico agente di cambiamento nello scenario politico del nostro paese.
1. Il PD deve nascere con l’ambizione di unire tutti i riformisti del centrosinistra, provenienti da storie culturali e politiche diverse, in alcuni casi in passato anche contrapposte, che oggi, lasciati alle spalle i grandi contrasti ideologici che hanno segnato il novecento, si riconoscono in un progetto comune. Il PD dovrà, quindi, essere caratterizzato da un forte pluralismo culturale che lo porti ad avere una identità plurima.
2. Il PD dovrà darsi metodi e strumenti per arrivare a produrre decisioni, oltre che sui problemi chiave di politica economica ed estera, anche sui temi «sensibili» (diritti civili, bioetica, ricerca scientifica), che sempre più toccheranno la vita, le speranze e le paure di molte persone
3. Il PD dovrà aggregarsi innanzitutto attorno a una «carta dei valori» o “manifesto”, con il quale definirne un profilo identitario "leggero".
4. il PD dovrà essere un partito nuovo, le cui sezioni o circoli, non potranno essere la giustapposizione delle sezioni e dei circoli degli attuali partiti. Chiaramente gli organismi interni non potranno essere la sommatoria delle strutture esistenti.
5. Al PD sarà giusto chiedere innovazione anche su altri tre fronti: nella individuazione di criteri trasparenti per la scelta dei candidati alle cariche elettive (in particolare attraverso le primarie, per tutte le cariche monocratiche di governo, dai sindaci ai presidenti di provincia, dai presidenti di regione al primo ministro); nella definizione di rigorosi criteri di incompatibilità tra cariche elettive; nella promozione delle pari opportunità, per valorizzare il potenziale dei giovani, delle donne, dei nuovi cittadini immigrati.
6. Il PD dovrà essere un partito con cultura di governo. Ciò significa, anzitutto, saper essere un partito che guida uno schieramento, ma che parla a tutti i cittadini. Infatti, saper governare in modo responsabile significa sempre porsi il problema di quale sia l'interesse generale del Paese. Al rito del programma come evento «pesante» (in molti sensi) e simbolico, legato alle scadenze elettorali, va sostituita la capacità di mettere in rete competenze in modo continuativo.
7. il progetto del PD non potrà essere neutrale rispetto all'assetto istituzionale e alla legge elettorale. Il PD, per vocazione politica e per concezione della democrazia, deve essere in grado di proporre ai cittadini italiani «una coalizione, un programma, un leader». Pertanto l’adesione al referendum di riforma della legge elettorale, dovrebbe essere un passaggio fondamentale ed auspicabile.
Il 14 ottobre si avvierà la fase costituente e allora vedremo se gli auspici si tramuteranno in realtà

Paolo Bonafe’
DL – LA MARGHERITA VENEZIA
Prs Circolo LIDO E PELLESTRINA PER IL PD
Membro Ufficio Politico-Esecutivo Com.le e Direttivo Prov.le

Nuovo slancio alla raccolta di firme per cambiare la legge elettorale

Grazie all’impegno e alla passione civile di molti, prosegue con entusiasmo la raccolta di firme per promuovere il referendum di modifica dell’attuale legge elettorale.
Questo per noi, che operiamo nel comitato organizzatore, rappresenta un fattore importante di riscontro perché, se riusciamo a sviluppare una rete diffusa di volontari disponibili a costituire piccoli gruppi di lavoro, per aprire, in modo capillare, nuovi punti di raccolta firme nel l territorio, raggiungiamo non solo l’obiettivo della soglia delle 500.000 firme necessarie, ma garantiamo anche alle persone, che vivono in aree più periferiche, l’esercizio di un diritto di cittadinanza nell’esprimere la propria volontà.
Osserviamo con soddisfazione come, con il passare dei giorni, la credibilità di questa azione referendaria stia crescendo e molti sono coloro che si avvicinino ai nostri banchetti con convinzione e con le idee già chiare, avanzando anche la richiesta di una nostra maggiore presenza e diffusione nel territorio.
I cittadini, che appongono la loro firma, diversi per età, genere, cultura e orientamento politico, esprimono una trasversalità, propria dello spirito del comitato organizzatore, ma sono accomunati dalla volontà di ritornare ad essere protagonisti nella vita della polis.
In questi giorni l’attività di raccolta firme ci permette di incontrare persone che hanno voglia di ritornare a parlare di politica, di scambiare opinioni, di esprimere rabbie e disillusioni, ma anche il desiderio profondo di cambiamento.
Incorre pertanto in un grave errore chi cerca, in alcuni settori politici, di delegittimare il referendum, a segno di una sempre maggiore frattura ed incomunicabilità fra cittadini e mondo politico.
Possiamo solo augurarci che la politica sappia cogliere lo spirito riformatore e democratico sotteso all’azione referendaria, per recuperare un confronto civile e sereno, anche se acceso e appassionato.
I cittadini stanno apprezzando la nostra volontà di dialogo e di scambio, la linearità della nostra proposta, la coerenza dei nostri atteggiamenti piuttosto che la pretestuosità di coloro che ci osteggiano, senza essere in grado di proporre alternative valide.
E’ opportuno, pertanto, per sottolineare il significato della campagna referendaria, riportare il contributo di GUZZETTA, coordinatore nazionale del comitato, “La consapevolezza che ad oggi, al di là degli sforzi annunciati da talune forse politiche, non esiste alcuna proposta condivisa di riforma parlamentare, ci responsabilizza ed incoraggia a proseguire con maggiore determinazione. La pressione che la nostra iniziativa continua ad esercitare nel confronto delle forse politiche, non solo alimenta la democrazia imponendo che la questione elettorale sia posta concretamente al centro del dibattito istituzionale, ma contribuisce a riavvicinare i cittadini alla vita civile e politica del paese. La partecipazione massiccia di questi giorni ne è la felice testimonianza”.
Sabato e domenica il coordinamento nazionale lancerà il REFERENDUM DAYS: il nostro sforzo nella provincia di Venezia sarà quello di allestire banchetti in tutte le piazze dei nostri centri urbani.
Per realizzare questo abbiamo bisogno anche del contributo e dell’aiuto di altri volontari e pertanto segnalo il sito www.referendumelettorale.org e la mail info@referendumelettorale.org. Perché è solo con il contributo e la partecipazione di molti che è possibile avviare autentici processi di cambiamento.

Paolo Bonafe’
Comitato per il referendum di Venezia

Parte la campagna referendaria – mobilitiamoci per le firme

Il 24 aprile prende avvio la campagna referendaria volta alla modifica dell’attuale legge elettorale “PORCELLUM”, per assicurare al Paese una normativa garante di democrazia.
La legge, attualmente in vigore, prevede per Camera e Senato un sistema proporzionale con premio di maggioranza, attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati, e su base regionale al Senato, esso, inoltre, è assegnato alla “singola lista” o alla “coalizione di liste” che ottengono il maggior numero di voti.
Il fatto che sia consentito alle liste di coalizzarsi per ottenere il premio, ha comportato, alle ultime elezioni, che si siano formate due grandi coalizioni, composte, al proprio interno, da numerosi partiti, con conseguente aumento della frammentazione
Pertanto, il 1° ed il 2° quesito (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati e per il Senato) si propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste: l’ esito positivo del referendum, avrebbe come esito l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.
Inoltre, abrogando la norma sulle coalizioni, si avrebbe, come conseguenza, anche l’ innalzamento delle soglie di sbarramento: le liste, per ottenere rappresentanza parlamentare, dovranno comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e dell’ 8 % al Senato.
Si potrà così finalmente aprire, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica, riducendo drasticamente l’attuale frammentazione e i conseguenti problemi di governabilità.
L’eliminazione delle coalizioni comporterà la scomparsa dell’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti, che si mettono insieme per motivi elettorali, ma dal giorno successivo alle elezioni, creano situazioni di conflitto all’interno della propria coalizione.
La riforma elettorale comporterà che sulla scheda appaia un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione, che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza: le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate come schieramento unico. Nessuno potrà rivendicare la propria “quota” di consensi e sarà molto difficile spiegare ai cittadini eventuali lacerazioni della maggioranza.
Il terzo quesito referendario prevede l’abrogazione delle candidature multiple e la cooptazione oligarchica della classe politica. Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni (anche in tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il “plurieletto”) che, potendo optare per uno solo dei vari collegi vinti, permette, al primo dei “non eletti” della propria lista, di subentrargli nei collegi ai quali rinunzia: il leader, di fatto, dispone del destino degli altri candidati, la cui elezione dipende dalla sua scelta.
Nell’attuale legislatura, questo fenomeno, di dimensioni veramente patologiche, coinvolge circa 1/3 dei parlamentari; in altri termini 1/3 dei parlamentari sono stati scelti non dagli elettori, ma solo dopo le elezioni dal leader eletto, diventando parlamentari “per grazia ricevuta”. E’ inevitabile che una tale disciplina induca inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza nei confronti delle segreterie politiche centrali e dei relativi leader, compromettendo fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare.
Con l’approvazione del 3° quesito referendario, la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato.
Quanto qui sopra esposto, spiega i motivi per cui i partiti sono in difficoltà rispetto all’avvio della campagna referendaria: di fronte ad una forte affermazione del SI, non sarà per loro facile snaturare la volontà degli elettori, come è successo con il referendum Segni, quando hanno trasformato la forte richiesta dei cittadini di adottare un sistema elettorale maggioritario, in un sistema misto, maggioritario-proporzionale (Mattarellum), che ha permesso l’ ulteriore proliferazione dei partiti.
I cittadini palesano un forte malessere per le forme tradizionali in cui si esprime la nostra democrazia, percepibile chiaramente nella disaffezione che le persone dimostrano nei confronti della politica, nella crisi della funzione di rappresentanza, nella diminuita credibilità dei partiti.
In questo contesto, la campagna referendaria si pone, pertanto, un ulteriore significativo obiettivo, oltre all’ importante cambiamento della legge elettorale, perché vuole essere opportunità e strumento per aprire uno spazio di dialogo, per far ritrovare interesse e passione per i processi di partecipazione alla vita politica e sociale del paese, per ridare centralità al cittadino.

Paolo Bonafe’- Presidente Laboratorio Venezia e Componente il Comitato per la Riforma della Legge Elettorale

Tra risse e comitati, ecco la politica di oggi

In una scena politica sempre più dominata da risse televisive e diverbi diviene necessario recuperare modelli di comunicazione incentrati sul dialogo e sulla moderazione. Questi atteggiamenti portano ad una disaffezione del cittadino verso le istituzioni ed un crescente assenteismo dalle urne, perché si accomuna il gran vociare e l’insulto facile, al vuoto di pensiero e l’assenza di un progetto politico. I cittadini rivendicano autonomia e capacità di valutazione critica, che si esprimono anche attraverso il voto democratico: questo è oramai slegato da logiche di schieramento e tende a premiare le persone e i programmi proposti. Infatti tutti gli istituti di rilevazione evidenziano come una grande parte di elettori decida a chi assegnare il proprio voto solo negli ultimi giorni di campagna elettorale, dopo aver analizzato i diversi programmi elettorali proposti. Inoltre, dove i partiti non riescono a dare risposte alla cittadinanza, vediamo la nascita di movimenti, associazioni e comitati che diventano i nuovi soggetti attraverso i quali i cittadini si fanno promotori,presso le Amministrazioni locali, delle possibili soluzioni. Questo nuovo approccio alla politica va attentamente analizzato perché mette in luce la crisi dei partiti, divenuti autoreferenziali, ed approfondisce la frattura tra loro e la cosiddetta società civile. La Politica ha quindi una grande responsabilità. Quella di ritrovare il senso forte del suo agire nei valori fondanti di una democrazia matura.

Paolo Bonafè
LABORATORIO VENEZIA

L’insegnamento di Aldo Moro come guida all’impegno politico del cattolico

Il 16 marzo è stato il ventinovesimo anniversario della strage di via Fani.
Forse le nuove generazioni non sanno neppure cosa sia successo allora, chi fosse stato Aldo Moro o come visse l’Italia democratica in quegli anni del terrore: il rapimento di Moro e la sua uccisione, dopo 56 giorni di prigionia, segnarono in modo lacerante e irreversibile la storia della nostra Repubblica.
Chi era Aldo Moro?
Era un rappresentante, forse il più significativo di una generazione di giovani intellettuali cattolici che, al termine del secondo conflitto mondiale, volle, nel solco tracciato da Alcide De Gasperi, dedicarsi alla fondazione e costruzione dello stato democratico, prima nell’assemblea costituente, e poi nell’azione di governo.
Moro fu leader di quel cattolicesimo democratico cui va il merito di aver dimostrato che esiste una conciliabilità fra cristianesimo e democrazia, anzi la possibilità di un arricchimento della democrazia attraverso i valori e la tradizione religiosa.
In lui erano presenti una grande capacità di dialogo e di ascolto delle ragioni dell’altro, di lucidità nella lettura dei segni di cambiamento nella storia del nostro paese, di apertura a nuove prospettive dell’azione politica, costruendo le condizioni per l’entrata dell’allora Partito Comunista Italiano nell’area del governo.
Raffinato intellettuale, politico sapiente, rimase sempre un uomo profondamente fedele e coerente ai valori del cattolicesimo, il suo pensiero, sul rapporto fra i cattolici impegnati in politica e la Chiesa, è ancora oggi di assoluta attualità e modernità.
Come ha avuto modo di ricordare recentemente anche l’On. Castagnetti, Moro nel discorso di commemorazione per la morte di Luigi Sturzo (1959), rispondendo alle preoccupazioni espresse dalla Chiesa italiana, disse: «Luigi Sturzo ebbe certo presente in ogni momento la complessità della vita umana, la diversità dei valori, la distinzione dei piani nei quali si esplica l’attività umana. La Chiesa assunse per lui, sacerdote di fede e di piissima vita, posizione morale dominante. Ma, contrariamente a quanto è stato sostenuto, essa, in Sturzo, non assorbe, non oscura, non umilia lo Stato, il cui valore, il cui prestigio, la cui funzione egli affermò vigorosamente oltre tutto con una lunga milizia politica attenta ad ogni problema, preoccupata di ogni sbocco delle vicende sociali, indirizzata costantemente al valore, ad ogni valore, dell’esperienza statuale. L’azione dei cattolici nello Stato, svolta in piena autonomia e sotto la propria responsabilità, è appunto un omaggio reso allo Stato, un inserimento nello Stato mediante l’accettazione del suo valore. Essa, nell’uguaglianza democratica che è legge della convivenza, nella costante ispirazione agli ideali cristiani, è un contributo originale di pensieri e di valori morali, un’efficace difesa della propria intuizione del mondo, ma non è un’opportunistica appropriazione dello Stato, perché, snaturato e deformato, serva ad altro. L’autonomia dell’azione dei cattolici è segno e presupposto dell’autonomia dello Stato nel proprio ordine, autonomia che implica un valore proprio di esso e la permanente garanzia della vita democratica nel suo significato d’incessante ricerca, di confronto, di libertà».
E, ancora, al congresso di Napoli del 1962, Moro riprenderà la questione della difficoltà e della fatica che comporta l’essere cattolici impegnati in politica, con questo passaggio della sua relazione: «per svolgere con vantaggio il difficile processo di attuazione della idea cristiana nella vita sociale […]. Anche per non impegnare in una vicenda estremamente difficile e rischiosa l’autorità spirituale della Chiesa c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica […]. L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale. E nel rischio che corriamo, nel carico che assumiamo c’è la nostra responsabilità morale e politica… ».

Da questo credo si possa evincere un grande insegnamento che è la “lezione morotea” della laicità, dello sforzo di comprensione, del rispetto, dell’ascolto reciproco. E dell’inquietudine, che accompagna sempre l’impegno politico dei cristiani ed è il loro destino. Ma che «è pur sempre un grande destino» diceva Moro.

Paolo Bonafe’
Componente Ufficio Politico ed Esecutivo Comunale
DL – LA MARGHERITA Venezia

Firmiamo per il referendum di riforma della legge elettorale per dare stabilità al Paese

Nel 1993, la maggioranza dei cittadini di questo Paese, mossa dalla necessità di promuovere una azione di cambiamento nel sistema politico, travolto dallo scandalo di tangentopoli, espresse una chiara volontà perché l’Italia si dotasse di un sistema elettorale di tipo maggioritario. Volontà popolare mortificata poi nei fatti, attraverso una legge che riusciva a mantenere, con il maggioritario, anche una quota di sistema proporzionale, per il 25% dei seggi, quale compromesso voluto da alcuni partiti, che vedevano messa a rischio la propria sopravvivenza. Questo ha comportato che, l’ auspicata diminuzione dei partiti presenti nello scenario italiano non si sia realizzata, ma anzi si sia assistito alla nascita di nuovi soggetti, fondati da alcuni politici fuoriusciti dalle file di Forza Italia, dove erano stati eletti.
Da questo sistema, denominato “MATTARELLUM”, per il fatto che fu Mattarella ad idearlo, si è passati alla riforma elettorale del 2005, chiamata, in modo particolarmente efficace, “PORCELLUM”, perché, non solo restaurava il sistema proporzionale puro, ma impoveriva ulteriormente la possibilità di espressione democratica del voto dei cittadini, con una predefinizione degli eletti da parte delle segreterie dei partiti, il cui potere è aumentato a dismisura, anche grazie alla possibilità dei leader di candidarsi in tutti i collegi elettorali, per poi, a loro discrezionalità, scegliere in quale collegio elettorale farsi nominare. I noti problemi di ingovernabilità e la scarsa rappresentatività nel territorio degli eletti, sono i chiari indicatori degli esiti infausti di questa legge, che gli stessi partiti si apprestano a modificare: il dibattito politico di questi giorni sembra però mettere in luce che la nuova legge dovrà rispondere più alla necessità di garantire i partiti, piuttosto che rispondere al bisogno di governabilità del Paese. Questa è la vera motivazione della levata di scudi contro il referendum, che Segni lancia, per riformare il sistema elettorale in senso maggioritario: esso prevede importanti modifiche alla legge elettorale vigente, quale quella di assegnare il premio di maggioranza al partito maggiore della coalizione vincente; di ripristinare l’assegnazione della preferenza con l’eliminazione delle candidature plurime, così da eliminare lo scempio delle candidature / nomine scelte dalle segreterie e la personalizzazione della politica da parte dei leader. Pertanto, è di vitale importanza evitare che i partiti distorcano e manipolino ancora una volta la volontà popolare, per questo è necessaria la mobilitazione di tutti nella prossima campagna referendaria, che prenderà avvio il prossimo 24 aprile, raccogliendo al più presto le firme per depositare la richiesta di referendum.
La democrazia italiana ha bisogno di muoversi in uno scenario dove siano presenti due grandi partiti (vedi gli USA), uno conservatore/repubblicano e l’altro riformista/democratico, che dovrebbero avere l’aspirazione di raggiungere il 40% dei consensi, i quali possano poi, governare il Paese, grazie all’assegnazione di un premio di maggioranza come previsto dalla proposta referendaria, in un sistema dell’alternanza, garante di stabilità. Il sistema proporzionale è già di per sé garante del diritto di rappresentanza, sia di quei partiti che vogliono rappresentare minoranze linguistiche o istanze territoriali (vedi LEGA), sia che vogliano mantenere viva una particolare storia politica, vedi Partito della Sinistra Italiana. Oggi, l’ITALIA è attraversata da una crisi sociale ed economica che richiede una funzione di governo capace di esprimersi attraverso la realizzazione di riforme importanti: i cittadini hanno bisogno di una politica che avvii processi di cambiamento concreti, in grado di incidere sulle loro condizioni di vita. Gli interventi prioritari riguardano la tutela del reddito e del potere d’acquisto; l’accesso ad un mercato del lavoro che offra garanzie di futuro alle generazioni più giovani; il potenziamento di servizi sociali per le famiglie, gli anziani e le persone diversamente abili; l’offerta di una sanità di qualità in tutte le aree geografiche del paese; la lotta alla criminalità organizzata. Una riflessione sugli avvenimenti politici di questi ultimi mesi dimostra, invece, l’inopportunità che entrino, nell’agenda di governo, i temi relativi all’ambito dei diritti civili (DICO, bioetica..): questi, proprio perché interessano trasversalmente gli schieramenti politici e le varie anime presenti al loro interno, vanno affrontati e votati in Parlamento nella libertà delle coscienze. Questo disinnescherebbe la polemica politica, cui stiamo assistendo, evitandoci la penosa appropriazione dei valori cattolici da parte di qualcuno a fini meramente elettoralistici.

Paolo Bonafe’
Presidente di Laboratorio Venezia – Membro Direttivo Ass. per il Partito Democratico

Il Partito Democratico per l’Italia

Il Partito Democratico è una grande opportunità per l’Italia.
Questo partito deve essere aperto, plurale e con capacità di governo. Dico aperto intendendo un soggetto nuovo, rispetto agli attuali partiti dell’arco costituzionale. Una forza politica popolare, fondata su un’intensa vita democratica, partecipata, radicata e diffusa nel territorio; in grado di rispondere alla pluralità delle domande di coinvolgimento che provengono dalla società. Quindi non solo l’esigenza di “contare”, ma soprattutto l’esigenza del “fare” e del “sapere”. Il Partito Democratico, per essere questo soggetto veramente nuovo, deve promuovere percorsi articolati e ricchi di impegno politico, civile e sociale, traendo nuovo impulso dalle organizzazioni di base (come le sezioni e i circoli), le associazioni tematiche e le molteplici esperienze associative; dovrà essere aperto alla partecipazione delle donne e dei giovani, garantirne la presenza e il contributo negli organi dirigenti, con una disciplina della democrazia interna che dia attuazione all’articolo 49 della Costituzione.
Ritengo che questo soggetto non debba limitarsi solo alla fusione dei due partiti della Margherita e dei DS, ma il progetto deve essere allargato anche a tutti quei partiti che nello stesso si riconoscono e che nel loro DNA risulti forte la volontà Riformista e Democratica. Per riformismo intendo la volontà di voler cambiare veramente la politica in Italia, tramite alcune modifiche strutturali quali: le liberalizzazioni (che non necessariamente si traducono in privatizzazioni); una nuova scuola, più vicina alle esigenze del mondo del lavoro e un nuovo sistema del Welfare, più vicino alle esigenze del cittadino. Il Partito Democratico dovrà, quindi, essere un partito di progetto e di programma, un soggetto politico che riconosca il pluralismo culturale e la possibilità di una molteplicità di centri di ricerca, dove le varie esperienze politiche non devono scomparire, ma integrarsi per essere l’humus che genera partecipazione e progetto. Infatti, un partito che ambisce ad essere una casa più grande, ha bisogno di un pluralismo più ricco dentro una intelaiatura unitaria. La selezione della classe dirigente dovrà avvenire in modo meritocratico, legandola al vero consenso; quindi, le candidature agli organismi elettivi di primo livello: quali i sindaci, i presidenti delle province e delle regioni e soprattutto per i parlamentari, dovranno avvenire tramite elezioni primarie. Per fare ciò serve una nuova legge elettorale, anche tramite via referendaria, che modifichi l’attuale e che dia una vera stabilità e governabilità al Paese, rafforzandone la vocazione bipolare, così da divenire strumento di semplificazione politica.
Per arrivare a ciò necessita che si sviluppi il dibattito, che deve divenire sempre più approfondito, perché il progetto venga conosciuto dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Necessitano, quindi, momenti di confronto e di incontro, nei quali si riconoscano e si valorizzino le ragioni che uniscono rispetto a quelle che dividono, chiamando a collaborare a questa riflessione sia le istituzioni, che le fondazioni culturali di riferimento e che si collocano nell’area dell’Ulivo (ma non solo), promuovendo attività formative comuni, che assicurino la crescita di una cultura politica all’altezza delle nuove sfide. Il percorso è chiaramente difficile e per questo, affascinante.

Paolo Bonafe’
Iscritto alla Associazione per il Partito Democratico
PRESIDENTE DI LABORATORIO VENEZIA
www.paolobonafe.it – www.laboratoriovenezia.it

Perchè abbiamo costituito LABORATORIO VENEZIA?

Perché ritengo che, oggi più che mai, sia presente la necessità di costruire spazi di incontro e confronto in cui soggetti diversi possano elaborare pensieri ed azioni, per condividere un progetto strategico per la città e per il Paese in cui viviamo.
Attualmente assistiamo ad una crisi nel rapporto cittadini/istituzioni che vede approfondita la frattura fra società civile e partiti storici.
Si avverte forte la necessità che la politica ritrovi tensione ideale ed etica, assumendo la funzione di raccolta dei bisogni e delle istanze dei cittadini, facendosene interprete nel governo responsabile della cosa pubblica, che ponga al centro il bene della comunità e non la tutela degli interessi di pochi. La politica non può essere delegata in toto agli eletti ed ai partiti, ma ogni cittadino deve ritenere la partecipazione alla vita pubblica come una dimensione che gli è propria e lo riguarda da vicino. Il ravvicinamento dei cittadini alla politica necessita di luoghi di confronto e scambio anche fuori dai contesti strettamente istituzionali; si tratta di avviare un processo di dialogo, che parta da problemi reali e proposte costruttive, significa rimettersi reciprocamente in gioco in una funzione di ascolto di esigenze diverse, che a volte possono anche essere fra loro poco omogenee e/o incompatibili, ma questo impone l’imparare ad ascoltare le ragioni e i bisogni dell’altro, nella consapevolezza che all’azione politico-amministrativa spetta una funzione di negoziazione fra istanze diverse, una funzione di regia complessiva rispetto alle strategie di intervento.
LABORATORIO VENEZIA ha l’ambizione di essere uno di questi luoghi che rendono possibile l’avvio di un dialogo fra cittadini ed amministratori, uno spazio di partecipazione dove mettere in campo energie propositive, competenze professionali, saperi diversi.
Il tema scelto per inaugurare l’attività di questo laboratorio, spazio di incontro di idee e di persone, ha posto l’attenzione su nuovi progetti che interessano il sistema dei trasporti. Questo, infatti, rappresenta sicuramente un tema cruciale per la nostra città, che si caratterizza per una così complessa ed originale struttura geo – morfologica, ma anche per un tessuto urbano investito dalle esigenze di mobilità di cittadini, di categorie produttive e di milioni di turisti, attratti dalla nostra splendida città.
L’impegno, pertanto, è quello di dare continuità a questa esperienza, aprendo il dibattito cittadino su una pluralità di temi e progettualità, affinché molti possano sentirsi ingaggiati da una proposta, che vuole raccogliere la sfida, di garantire uno spazio, a quanti ritengono di misurarsi in una dimensione partecipativa di dialogo proficuo e confronto fattivo.

Paolo Bonafè
Presidente LABORATORIO VENEZIA
www.paolobonafe.it – www.laboratoriovenezia.it

La politica italiana tra l’oggi e il domani

In una scena politica sempre più dominata da risse televisive e diverbi tra opposti rappresentanti politici, diviene necessario recuperare modelli e stili di comunicazione e relazione incentrati sul dialogo e sulla moderazione, facendosi interpreti di un bisogno sempre più avvertito da larghi strati di persone. Gli atteggiamenti estremi portano ad una disaffezione del cittadino verso le istituzioni ed un crescente assenteismo dalle urne. Il gran vociare e l’insulto facile sono gli strumenti con cui celare il vuoto di pensiero e l’assenza di un progetto politico, volto a risolvere i gravi problemi in cui versa il Paese. Ascoltando invece i cittadini si percepisce la loro netta insofferenza per la politica urlata, che vorrebbe condizionare e manipolare le loro coscienze e gli ultimi fatti di cronaca ancor di più gli allontanano. Essi rivendicano autonomia e capacità di valutazione critica, che si esprimono anche attraverso il voto democratico: questo è oramai slegato da logiche di schieramento e tende a premiare le persone e i programmi proposti, piuttosto che gli schieramenti per la loro connotazione ideologica. Questo nuovo approccio alla politica va attentamente analizzato perché mette in luce, la crisi di un modello e approfondisce la frattura fra la cosiddetta Società Civile e i partiti storici, in cui i cittadini rischiano di non riconoscersi più. Fortunatamente assistiamo alla nascita di movimenti, associazioni e comitati, quali nuovi soggetti politici che, attraverso la mobilitazione di gruppi di cittadini, assumono in proprio problemi specifici, facendosi promotori delle possibili soluzioni. Stiamo pagando lo scotto di una politica in cui echeggiano vuoti slogan piuttosto che il richiamo ai valori; che sembra aver smarrito la propria tradizione, traente linfa dall’impegno e dall’etica dei padri della nostra Costituzione democratica e repubblicana, il cui sforzo e senso di responsabilità ha permesso di sanare le lacerazioni della guerra; di dotarci di strumenti fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico del nostro Paese. Il sistema elettorale prima maggioritario e poi proporzionale doveva garantire stabilità politica al Paese; questo non è avvenuto ne prima ne ora, ed anzi ha provocato l’appiattimento forzato delle posizioni dei diversi partiti, costretti ad entrare nell’una e nell’altra coalizione, perdendo così la propria identità e annacquando i propri valori ideali. Nello scenario di un Paese che sta attraversando un grave momento di crisi economica e sociale, la Politica deve ritrovare il senso forte del suo agire, trovando il proprio fondamento nei valori fondanti di una democrazia matura.

Paolo Bonafè
LABORATORIO VENEZIA